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Corea del
Nord: bandiera rossa, sangue blu
Di Tiziano Terzani.
Tratto da In Asia,
Longanesi e C., ISBN 88-304-1482-4.
Nel quadro della liberalizzazione
seguita alla morte di Mao, la Cina si apriva. Nel 1978 ebbi un visto di
tre settimane per viaggiare attraverso il Paese, poi per andare in una
delle regioni più remote, lo Xinjang. Alla fine del 1979 alcuni
organi di stampa occidentali ottennero il permesso di aprire un ufficio
a Pechino. Der Spiegel fu tra questi e io venni accreditato come
corrispondente. La famiglia mi raggiunse poco dopo e i nostri due figli
cominciarono a frequentare la scuola cinese. "Casa" era un vecchio appartamento
nel quartiere riservato agli stranieri coi soldati di guardia agli ingressi
e le portinaie-spie a manovrare gli ascensori.
Visitare la Corea del
Nord era il sogno di ogni giornalista a Pechino, ma anche nella capitale
"sorella" era più o meno impossibile ottenere un visto. Io ebbi
il mio grazie a Enrico Berlinguer, segretario del Partito comunista italiano
che, passando dalla Cina sulla via di Pyongyang, fece mettere il mio nome
fra quelli della sua delegazione in visita al "Capo Supremo". |
Pyongyang, Ottobre 1980
L'aereo che due volte la settimana porta
i rari viaggiatori da Pechino a Pyongyang è una macchina del tempo.
Uno lascia la Cina di oggi e in un'ora e tre quarti si trova catapultato
nel 1984. La Corea del Nord è l'incubo della società totalitaria
di Orwell fatto realtà. Qui i bambini non vanno semplicemente a
scuola: ci marciano; la gente non lavora: lotta per la produzione. Le biblioteche
hanno migliaia e migliaia di volumi, ma sono scritti tutti dalla stessa
persona, tutto è pulito, organizzato, previsto. Tutti sono disciplinati,
obbedienti e felici. Questo non è semplicemente un Paese. E stato
ufficialmente dichiarato "il paradiso", e Kim Il Sung, il presidente, non
è semplicemente il suo capo da più di 35 anni, è dio
perché lui sa tutto quello che c'è bisogno di sapere, ha
trovato le risposte alle domande che i filosofi si sono posti da secoli,
e persino gli uccelli cinguettano le sue lodi. Così almeno viene
detto al visitatore ed è scritto quasi ogni giorno sui giornali.
Non fosse per i giardini pieni di fiori
e le acacie sulle colline rigogliose e lungo il fiume, Pyongyang potrebbe
apparire una città irreale, artificiale: una sorta di palcoscenico
allestito per un film di fantascienza: ricca, coloratissima, ultramoderna,
ma inquietantemente vuota. Le strade son larghe, ma con pochissime macchine.
Le piazze son vastissime, ma senza gente. Tutto è leziosamente rifinito
e curato: i parchi, i campi da gioco, i laghetti, ma nessuno sembra poterseli
godere. Monumenti di marmo s'innalzano al cielo assieme a enormi edifici
di vetro e cemento, e gioiose fontane zampillano inosservate con variopinti
fiotti d'acqua. Ai crocevia i poliziotti in uniforme dirigono, silenziosamente,
il traffico che non esiste. Ogni cento metri, nell'ombra di una porta,
un agente in borghese scruta attraverso gli occhiali scuri le file perfette
di case vuote.
La giornata nordcoreana è divisa
in tre turni. Dietro i loro portoni chiusi le fabbriche non cessano mai
di funzionare. Ogni cittadino lavora otto ore; per tre ore studia. Non
c'è molto tempo libero per andare in giro e le sole persone che
si vedono, nel buio, son quelle che ritornano dalle lezioni politiche e
aspettano mute, in fila, alla fermata degli autobus, oppure gli studenti
che finiscono la scuola anche a sera inoltrata. Nessuno ride, nessuno parla
col vicino, ognuno sembra "guardare con fiducia nel futuro". E a ragione:
il passato è già stato per molti versi un enorme successo.
Alla fine della guerra, nel 1953, il Paese era in rovina e Pyongyang non
aveva che tre case ancora in piedi dopo essere stata per anni un campo
di battaglia sul quale gli eserciti del sud e del nord, quello americano
e quello dei "volontari" cinesi si erano reciprocamente massacrati.
Oggi la città sembra più
una metropoli scandinava che asiatica: gli uomini vestiti di scuro all'occidentale,
con camicia bianca, cravatta e scarpe di cuoio sempre lustre; i bambini
in uniformi rosse e azzurre; le donne in gonne variopinte come se fossero
sempre nel costume nazionale assegnato loro per un qualche festeggiamento.
Non ci sono segni di povertà. E difficile ottenere dati statistici
in un Paese in cui tutto è espresso in percentuali e dove i funzionari
si offendono se si chiedono loro dati specifici, ma il progresso è
ovvio, lo si vede. Alte ciminiere vomitano colonne di fumo alla periferia
della capitale, e i villaggi che si riescono a scorgere dalla macchina
che corre senza potersi fermare appaiono ordinati e prosperi. Dalla culla
alla bara il nordcoreano è nelle mani e sotto gli occhi dello Stato
provvido. L'assistenza medica è gratuita, la scuola è obbligatoria
fino a 17 anni. Nessuno paga le tasse. Gli appartamenti degli operai sono
piccoli, ma comodi e confortevoli. Gli affitti (da 5 a 10 won su
salari medi di 90 won: un won vale circa 1200 lire) sono
bassi. "Niente al mondo ci fa invidia", cantano i bambini; e il fatto che
la gente crede davvero di vivere "in paradiso" è il più grosso
successo del regime.
Il processo di persuasione comincia nei
pulitissimi, meccanizzati, efficienti asili dove già a tre anni
i bambini imparano a inchinarsi davanti all'immagine di Kim, a imparare
a memoria le storie delle sue gesta gloriose, ad amarlo. "Quanti figli
ha il presidente Kim Il Sung?" ho chiesto varie volte. E la risposta standard
è stata: "Siamo tutti suoi figli". Per quasi trent'anni i nordcoreani
sono vissuti come in una cella d'isolamento, completamente tagliati fuori
dal resto del mondo di cui non sanno assolutamente nulla. Le radio che
si vedono in ogni casa sono enormi, ma non hanno le onde corte. I giornali
sono solo quelli in cui il nome del "Capo Supremo" è menzionato
almeno cinquanta volte al giorno. Il risultato è semplice: la gente
è davvero convinta che, per esempio, il muro di 240 chilometri che
corre lungo la zona smilitarizzata fra nord e sud sia stato costruito dai
terribili americani per impedire ai sudcoreani di andare a vivere nello
splendido nord, che Seoul è una città di miseria e corrotta
dalla "prostituzione e dal turismo", che le condizioni di vita nel resto
del mondo sono spaventose e che i popoli del globo non aspirano solo a
studiare e a imparare le lezioni del "Capo Supremo", Kim Il Sung.
Una rivista nordcoreana pubblica, nel suo
ultimo numero, la foto di un vetturino di Vienna intento a leggere a cassetta
un libro del presidente davanti al Teatro dell'Opera. A Vienna, come si
sa, questa è una scena quotidiana. Ma che importa? Lui è
dappertutto. Il suo ritratto è nelle strade, nelle case, negli autobus,
nei parchi, nei treni, ed è il solo in tutto il Paese a non portare
il distintivo con la propria immagine. Ventidue milioni di coreani lo hanno
sul petto, in alto a sinistra, dove sta il cuore. I distintivi variano
di colore, di forma e di misura. Variano a seconda della posizione che
il portatore ha nella società, variano a seconda del grado di fiducia
che il "glorioso " capo ha in lui.
A differenza di quanto accadde ai tempi
della Rivoluzione culturale in Cina, i distintivi non sono in vendita,
né vengono distribuiti gratuitamente. Qui vengono conferiti. Bisogna
meritarseli e gli stranieri in cerca di ricordi si sforzano inutilmente
di portarsene via uno. Ciò che viene invece distribuito liberamente
sono i sei volumi delle opere di Kim Il Sung e i tre volumi della sua bibliografia,
e il problema di tutti i visitatori è come disfarsi del fardello
senza buttarlo nei cestini della spazzatura: un atto, questo, per cui si
rischia l'immediata espulsione (un ingegnere svizzero l'anno scorso fu
cacciato solo perché sorpreso a pulirsi le scarpe con un giornale
in cui immancabilmente c'era la foto di Kim Il Sung).
Lo Stato ha un controllo totale sulla popolazione
ed è in grado di mobilitarla al minimo cenno. Ogni volta che una
delegazione amica arriva a Pyongyang l'aeroporto si riempie di una folla
che urla entusiasta, mentre un intero quartiere della città, cui
è stato appunto ordinato di andare a inscenare la sua "spontanea
manifestazione di benvenuto", si svuota. Due anni fa, quando un'eccezionale
ondata di maltempo minacciava di distruggere gran parte del raccolto, tutto
il Paese venne mobilitato nel giro di poche ore e mandato in campagna:
il raccolto fu salvato.
Nel Paese non esiste opposizione. Sebbene
ogni tanto qualcuno scompaia dal proprio posto di lavoro e sparisca nel
nulla, sebbene gli stessi funzionari del governo ammettano l'esistenza
di prigioni per i "nemici di classe", non ci sono visibili segni di dissenso,
specie a livello delle masse. Intrappolato fra il lavoro e le attività
politiche, con pochissimo tempo da dedicare a una normale vita familiare,
costantemente sotto il controllo di colleghi, vicini e poliziotti, il cittadino
nordcoreano non ha alcun margine di libertà. Viaggiare all'interno
del Paese gli è proibito, a meno che non ne abbia speciali ragioni.
Permessi ufficiali sono necessari per ogni movimento fuori del tracciato
casa-luogo di lavoro, e un continuo sistema di controlli tiene la gente
sotto la costante vigilanza delle autorità. Pyongyang è l'unica
città asiatica a non avere biciclette: anche questa un'astuta precauzione
contro i potenziali pericoli della troppa mobilità individuale.
L'intera Pyongyang è un monumento
dedicato alla grandezza del Presidente, e ogni costruzione è a sua
volta una prova del suo amore per il popolo. Stazioni ferroviarie e palazzi
pubblici, sproporzionati, prodotti di un'ossessiva megalomania, sono le
cattedrali della vera religione di questo Paese, che non è il socialismo,
una parola usata sempre più raramente, ma il kimilsunghismo.
"Il grande, il rispettato presidente Kim
Il Sung sorvegliò personalmente la costruzione e venne trecento
volte a dare il suo consiglio", spiega il direttore della gigantesca, lussuosa
metropolitana di Pyongyang, dove ogni stazione è dedicata a un episodio
della sua vita. Nessuno sembra ricordarsi che centinaia d'ingegneri cinesi
furono mandati da Mao a costruirla, ma nessuno ricorda neppure che fu l'Armata
Rossa sovietica a mettere Kim Il Sung al potere, alla fine della seconda
guerra mondiale, dopo che lui si era preso il nome col quale oggi lo conosciamo,
ma che allora era quello di un mitico guerriero ammirato da tutti e morto
da tempo.
"Il grande, generoso capo volle questo
edificio per il benessere del popolo", ci dice come in trance la ragazza
che guida il visitatore attraverso il mirabolante, magnifico Centro della
salute, un immenso insieme di piscine, di sale per massaggi, saune, saloni
di bellezza, palestre dagli impiantiti di marmo e le pareti di mosaico,
con dottori e infermiere a disposizione di masse di cui non si vede mai
traccia.
Certamente mai usata è la gigantesca
Maternità: 13 piani di cemento, granito e marmo, costruita - simbolicamente?
- in nove mesi, equipaggiata con i più moderni strumenti e fornita
di televisori a circuito chiuso per permettere a padri e parenti di parlare
alle puerpere senza dover aver con loro un contatto fisico. Il teatro Masudè,
un'altra mastodontica struttura di pietra, vetro e specchi attorno a una
raffinata platea che ha posto solo per poche centinaia di persone, è
una sequela di stanze dai soffitti altissimi, coperte da ovattate, attutenti
moquette dai colori pastello. Scale che si avvolgono su se stesse, illuminate
da lampadari fluorescenti, si alzano su bisbiglianti fontane dai colori
cangianti, mentre sulle pareti altre luci creano il trompe l 'oeil d'immense
cascate d'acqua, e milioni di goccioline d'olio scendono lentamente, sorprendenti,
lungo un'invisibile struttura di fili di plastica. Acqua. Acqua vera nelle
decine di fontane della città, falsa nei trucchi elettronici della
luce, dipinta sulle pareti, riprodotta nei mosaici e nei tappeti, l'acqua
sembra essere l'inconscio simbolo ossessivo di questo regime e del suo
inspiegabile desiderio di purezza.
Una grande fontana con centinaia di getti
d'acqua che formano un monumento liquido multicolore sorprende il visitatore
anche nel grande salone dei ricevimenti del palazzo del governo. Fuori,
nel cortile, i soldati in alta uniforme marciano al passo dell'oca; dentro
dozzine di guardie del corpo, attendenti e segretari in abiti neri e occhiali
scuri, tutti col loro distintivo del "Capo Supremo" al petto. Gli ospiti
devono aspettare la comparsa di Kim per almeno mezz'ora; il tempo è
scandito da due immensi orologi con figure in oro di soldati e operai che
girano in tondo. Poi, lentamente, mentre tutti gli uomini del presidente
volgono i loro occhi al suolo in un profondo inchino, lui appare: maestoso,
nella sua giacca accollata e scura, incede per la larga scalinata coperta
dal più rosso dei tappeti. La ciste che ha sul dietro del collo
è più grossa di un pugno, ma non pare che intralci i suoi
movimenti. Da anni quella ciste continua a crescere, però nessuno
ha osato operargliela. Anche se pare improbabile che si tratti di un tumore
maligno, quella ciste è ormai al centro d'infinite voci e speculazioni.
Con la conclusione del VI congresso del partito, il futuro della Corea
del Nord è, almeno sulla carta, tracciato. Kim Il Sung ha nominato
il proprio successore.
"Chi è quel giovane vicino al presidente?"
ho chiesto un paio di volte visitando i quartieri operai, in ognuno dei
quali c'era, incorniciata, un'immagine a colori del presidente con accanto
suo figlio. "È il glorioso Centro", mi son sentito rispondere. Il
suo nome non viene mai fatto, ma anni di una sottile e martellante propaganda
hanno preparato le basi per la via coreana al socialismo: il socialismo
ereditario. "Saremo fedeli al grande capo di generazione in generazione",
dice una canzone che si sente a Pyongyang.
La costruzione della capitale, come simbolo
megalomaniaco del rinascimento coreano, contraltare alla corrotta società
dei consumi stabilitasi a sud del 380 parallelo, nel frattempo continua,
come dovesse diventare l'utopica civitas solis dell'umanità
del futuro. Giorno e notte, senza interruzione, enormi gru e squadre di
operai tirano su un altro piano del già gigantesco Centro della
cultura mentre poco distante, al suono di una banda militare, migliaia
di soldati scavano le fondamenta della nuova pista da pattinaggio sul ghiaccio.
Un caso di follia collettiva? Può
darsi. "Questo è l'unico Paese socialista in cui anche i gabinetti
funzionano", diceva un membro di una delegazione in visita ufficiale, usando
uno degli splendidi orinatoi del teatro Masudè, dove le cellule
fotoelettriche fanno scorrere l'acqua all'avvicinarsi dell'utente.
I ricevimenti nella scintillante sala dei
banchetti nella residenza di Kim Il Sung, illuminata da decine di candelabri
di cristallo, finiscono sempre con grandi piatti colmi di frutta coreana
servita da impassibili camerieri in giacca bianca e, anche loro, col distintivo
al petto. Il mio vicino, un comunista europeo [1], guardando
l'enorme, lucida pera che mi veniva offerta ha commentato:
"Questo Paese è come queste pere:
cresce, cresce, come se da qualche parte non gli funzionasse una ghiandola
". [2]
Gli anni in Cina, dal 1979 al 1984, furono
di estremo interesse. Per la prima volta dal 1949 noi stranieri avevamo,
pur con notevoli restrizioni, la possibilità di viaggiare, conoscere
il Paese e la gente. Per la prima volta era possibile andare a vedere quel
che decenni di propaganda avevano tenuto nascosto a occhi estranei. Io,
come altri colleghi, cercai di utilizzare al massimo questo margine di
libertà andando in tutti gli angoli del Paese, dal Tibet alla Mongolia
alla Manciuria e facendomi raccontare da più persone possibile fuori
dei circoli ufficiali quello che il maoisino dei primi anni e la Rivoluzione
culturale degli anni '60 avevano voluto dire nelle loro vite. La mia curiosità
non fu sempre gradita. Un paio di volte venni detenuto dalla polizia in
cittadine dove non ero "autorizzato", poi nel Marzo del 1984 venni arrestato,
accusato di "crimini contro-rivoluzionari", interrogato, rieducato per
un mese e alla fine espulso. [3] Tornammo così
a vivere a Hong Kong, questa volta in una casa cadente ma romantica - era
stata di una grande concubina - sul mare, con una straordinaria vista sul
tramonto e le isole nella foce del Fiume delle Perle. Da Hong Kong tornai
a occuparmi dei problemi della regione.
Note
[1] Ora lo
posso scrivere: era Giancarlo Pajetta.
[2] Questo
articolo, uscito nel numero 30 di Der Spiegel, piacque molto alle
autorità nordcoreane: per un anno venni invitato ai ricevimenti
dell'ambasciata e fui indicato - con mia vergogna - come un "giornalista
modello" dalla propaganda di Pyongyang. Poi, quando stavo per ottenere
un nuovo visto, qualcuno spiegò ai nordcoreani il senso dell'ironia.
[3] La storia
di quel soggiorno e di quella drammatica uscita è ne La porta
proibita, pubblicato da Longanesi nel 1984. Il resoconto della nostra
vita di stranieri in Cina e dei vari viaggi fatti con i figli in treno
e in bicicletta è nel diario che Angela tenne in quegli anni, uscito
col titolo Giorni cinesi da Longanesi nel 1987.
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