Cults in Our Midst - Le sette tra noi: Lasciare la setta.

        Di Margaret Thaler Singer, con la collaborazione di Janja Lalich

        Pubblicato nel 1995 da Jossey-Bass Publishers, ISBN 0-7879-0266-7, prefazione di Robert Jay Lifton. Una lettura fondamentale per comprendere il fenomeno settario.

        Traduzione e note a cura di Martini

         

        Capitolo 11 - lasciare la setta

         
        • Perché è difficile andarsene
        • Credenza
        • Rispettabilità e lealtà
        • La figura dell'autorità
        • Pressione dei pari e mancanza di informazione
        • Spossatezza e confusione
        • Separazione dal passato
        • Paura
        • Senso di colpa
        •  
        • Modi per lasciare una setta
           
        • Deprogrammazione ed exit counseling
        • Gli inizi della deprogrammazione
        • Che cosa succede durante l'exit counseling
        • Chi diventa Exit Counselor
        • Scegliere un Exit Counselor
        • Assistenza data da professionisti di salute mentale o rappresentanti del clero
        • Exit counseling e terapia a confronto
        • L'Exit counseling oggi
        • Note dell'autrice
        • Note aggiuntive di Martini
         

        A volte gli ex membri si sentono chiedere: «perché semplicemente non te ne sei andato?» Non esiste una risposta semplice a questa domanda, perché diversi fattori contribuiscono a mantenere il legame con la setta. Nella gran parte dei casi non esistono costrizioni fisiche, sebbene alcuni gruppi puniscano o imprigionino chi cerca di andarsene. Ma in tutti i casi esiste un legame psicologico molto difficile da troncare.

        Perché è difficile andarsene

        Quando una persona viene inglobata nell'influenza sociale e psicologicamente coercitiva di una setta sperimenta ciò che io chiamo le cinque D:

         
        1. Inganno [Deception]: nel processo di reclutamento e per tutta la durata dell'appartenenza;
        2. Debilitazione: dovuta agli orari, al grado di dedizione, alla pressione psicologica e ai conflitti e costrizioni interiori;
        3. Dipendenza: una conseguenza dell'essere stato tagliato fuori in molti modi dal mondo esterno;
        4. Paura [Dread]: derivante dalla convinzione instillata dal gruppo che chi lo lascia non troverà all'esterno una vita vera;
        5. Desensibilizzazione: le cose che un tempo avrebbero causato disturbo adesso non lo fanno più (es.: apprendere che il denaro raccolto serve a mantenere la vita agiata del leader, invece che la causa per cui era stato donato; oppure vedere commettere abusi sui bambini, o addirittura vederli uccidere).

        Ognuno di questi fattori, che approfondirò nel presente capitolo, congiura e interagisce per impedire al membro di vedere una via d'uscita [1].

        Credenza

        Tra le molte influenze che consolidano la difficoltà ad alzarsi ed andarsene, la credenza probabilmente è il punto di partenza. La nostra convinzione, o senso di dedizione, è una forza molto potente - sia che la credenza riguardi uno specifico dio o religione che si tratti di convinzione politica, dei diritti degli animali, vivere in campagna ed essere liberi, la nostra famiglia o l'esistenza della magia. Tutti amiamo essere in grado di portare avanti la nostra convinzione e agire in base ai nostri ideali. Sembra che la volontà di credere in qualcosa sia una normale condizione umana: abbiamo bisogno di convinzioni che ci aiutino a capire il nostro universo.

        Nel mondo delle sette la credenza diviene la colla che tiene legate le persone al gruppo. Si iniziano a fare le cose indipendentemente dal gruppo a cui si appartiene, perché si crede nel gruppo. Si crede nei suoi obiettivi e nelle persone che fanno le cose insieme a noi. Si crede nel leader. Si crede di stare realizzando qualcosa. Gran parte delle sette vi dirà che se volete condividere le credenze del gruppo dovrete accettare alcuni cambiamenti personali. Così dite «Va bene, credo a questo, sono d'accordo e accetto questi cambiamenti», e lentamente quei cambiamenti inizieranno ad avere un effetto radicale sui vostri pensieri e sulle vostre azioni, anche se non siete pienamente cosciente di quell'effetto.

        Rispettabilità e lealtà

        Una seconda importante influenza che tiene le persone nelle sette è che la maggioranza di noi è rispettabile e onesta. Vogliamo fare bene, essere altruistici e riuscire a fare qualcosa nella vita. E siamo leali. Una volta che ci siamo impegnati a fare qualcosa difficilmente ci tiriamo indietro.

        Così quando ci si impegna in un gruppo, in un gruppo in cui si crede con fervore, è molto difficile tornare indietro. In seguito, quando si iniziano a vedere cose che non si capiscono, si dice a noi stessi: «Bene, ho detto che l'avrei fatto, mi sono impegnato, resterò ancora un po'». In tutto questo tempo, naturalmente, la dirigenza e chiunque vi stia intorno vi dice che dovreste andare avanti per il vostro bene - sia in termini espliciti che sottintesi. È poi significativo il fatto che a nessuno piace alzarsi in piedi e dire «lascio, abbandono, me ne vado». Piuttosto che fare la figura dei vigliacchi si preferisce rimanere. Più lo si fa più diventa difficile andarsene, così il non volere sembrare codardo è un altro elemento che mantiene legati alle sette.

        La figura dell'autorità

        Un altro importante punto di influenza è che siamo portati a rispettare l'autorità, i leader, chi ci dà risposte. Da ragazzi e per tutta la durata delle scuole ci dicono che esistono risposte e autorità. Dobbiamo ascoltare le risposte e rispettare chi «ne sa di più». Così quando vi dicono di non dubitare del vostro gruppo la logica che vi spinge a farlo è che se lo faceste manchereste di rispetto al leader, che sa tutto. Il leader ne sa di più. Il leader ha tutte le risposte alle vostre domande, e i dubbi vengono scoraggiati.

        Per rafforzare questa logica dell'obbedienza, ogni gruppo generalmente ha qualche tipo di punizione per chi viola le regole. In particolare, quando avete dubbi potreste essere scherniti o denigrati con definizioni quali rinnegato, spia, agente esterno, non credente oppure Satana, o qualsiasi termine dispregiativo sia usato da quel particolare gruppo. Esiste sempre un linguaggio interno con termini atti a ridicolizzare o denigrare. In qualche modo vi faranno sentire a disagio per aver dubitato o fatto domande inopportune. La logica ristretta del gruppo e la pressione dei vostri pari vi convince che fare domande significa non credere a sufficienza. Così smettete di fare domande.

        Infine gli esseri umani fanno qualsiasi cosa sia necessaria per sopravvivere in un determinato ambiente. Quando siete membro di una setta gran parte del vostro ambiente e molte delle vostre scelte di vita sono controllate: risorse finanziarie, accesso all'informazione, a volte la professione, il tempo libero, il circolo delle amicizie a volte addirittura la vita sessuale. Vi adattate e imparate ad agire e funzionare, a sopravvivere al fine di rimanere parte del gruppo. È più facile conformarsi, seguire il flusso, cercare di essere un buon credente e un buon seguace piuttosto che opporre resistenza.

        Pressione dei pari e mancanza di informazione

        La pressione dei compagni è un fattore critico. Ex membri mi hanno raccontato: «nel mio gruppo c'erano dottori, avvocati, assistenti sociali, gente con tanto di laurea, gente intelligente. Mi guardavo intorno e mi dicevo beh, Joe va avanti, Mary va avanti, dev'essere colpa mia. Non ci arrivo, devo essere io che ho qualcosa di sbagliato, devo semplicemente impegnarmi di più».

        I membri pensano in questo modo perché nessun altro parla apertamente, ma nessuno la fa perché nessuno può parlare apertamente. Chi lo fa si sente solo, isolato, contaminato, sbagliato. Direttamente o indirettamente tutti i membri di setta incoraggiano attivamente gli altri a tenere un certo tipo di comportamento. È difficile resistere a certe pressioni perché siamo tutti animali sociali. Inoltre la setta fa in modo che i membri non sappiano come vanno in realtà le cose; non solo vengono tenuti lontani da fonti informative esterne, ma vengono anche raccontate bugie o date informazioni sbagliate sul leader, il gruppo e le sue attività. L'importanza o l'influenza delle azioni del gruppo vengono gonfiate rispetto alla realtà; la reputazione del leader viene ingigantita se non addirittura inventata; il numero di membri e seguaci viene spesso esagerato per fare in modo che il gruppo sembri maggiore e più conosciuto; gli eventi del mondo vengono distorti, così come viene distorto l'atteggiamento del mondo esterno nei confronti del gruppo. Tutti questi miti sul gruppo e la società in generale vengono solitamente perpetuati non solo dal leader, ma anche dal circolo ristretto della dirigenza. La conseguente mancanza di informazioni tra la generalità dei membri contribuisce ad impedire il farsi un'idea reale della situazione in cui si trovano.

        Spossatezza e confusione

        Spossatezza e confusione aumentano l'incapacità del membro di agire. Generalmente il gruppo fa lavorare i propri membri mattina, pomeriggio e sera. Non c'è da meravigliarsi se alla fine sono spossati e incapaci di ragionare correttamente. Dopo diversi anni passati a lavorare dalle sedici alle venti ore al giorno, sette giorni la settimana senza vacanze, tempo libero, divertimenti, hobby e nessuna vera, intima relazione coniugale, se mai ne esiste una, vivrete in un mondo di nebbia. Alcuni ex membri descrivono questa sensazione come un velo sugli occhi, come se non fossero stati in contatto con il mondo fisico. Agivano meccanicamente. Qualcuno tende a ridere e dire «Oh, bene o male i membri di setta hanno lo sguardo vuoto». In realtà è così. E questo effetto è parzialmente e semplicemente dovuto alla spossatezza.

        Quando non potete pensare, quando vi sentite come se steste semplicemente sopravvivendo un giorno dopo l'altro tutto, l'unico vostro desiderio è arrivare alla fine della giornata senza essere maltrattati, qualsiasi sia la forma di maltrattamento adottata dal vostro gruppo - lavoro ripetitivo e insignificante, critiche o quote esorbitanti di raccolta fondi [alcuni gruppi assegnano ai propri membri "statistiche" produttive da rispettare, pena l'essere puniti-ndt]; abusi sessuali o violenza. E così semplicemente tirate avanti, vi trascinate in giorno dopo l'altro. Vi sentite incredibilmente confusi, ma non sapete come gestire la vostra confusione. Forse all'inizio avete fatto domande, ma una volta stabilito il passo non avrete nemmeno più tempo per pensare su che cosa vertessero quelle domande, o che cosa significassero. Tutto ciò che desiderate è arrivare a sera, e dormire. E sopravvivere.

        Separazione dal passato

        Un altro fattore importante che mantiene la gente nelle sette è l'essere stati separati dal passato. In quasi ogni gruppo, con l'andare del tempo si interrompono i rapporti con il proprio passato. Si smette di vedere la famiglia o gli amici che non sono entrati nel gruppo. Forse si è cercato di reclutarli ma non erano interessati. In molti casi non si hanno più molti contatti con il mondo esterno.

        Alcune persone lavorano per il gruppo durante tutto il periodo di appartenenza. Non hanno un posto di lavoro esterno a cui recarsi ogni giorno. Hanno pochi o nessun contatto umano con persone esterne al gruppo. Quando escono nel mondo esterno hanno uno scopo preciso: reclutare, organizzare, raccogliere fondi. Qualsiasi contatto abbiano con gli altri è superficiale e controllato dal gruppo, con istruzioni accurate prima e accurati resoconti dopo, e meticolosi meccanismi che obbligano a fare rapporto per tenere controllato il comportamento dei membri quando sono lontani dal gruppo.

        In questo modo l'intero universo si limita alle persone con cui si sta: ciò che si fa quotidianamente, gli incontri, la casa in cui si vive, probabilmente con altri membri. Si è completamente circondati, e alla fine ci si dimentica del passato. Si dimentica addirittura chi si era prima di entrare nel gruppo. Qualcuno di essi assegna nomi nuovi e spesso non si conoscono i veri nomi degli altri membri. Anche quando si divide l'appartamento non si ha il permesso di dire il vero nome. Ogni cosa deve essere tenuta segreta: ai membri viene ordinato di prendersi caselle postali esterne, usare pseudonimi quando possibile e mantenere un basso profilo. Un altro nome, una identità completamente nuova e pochissimi contatti con il passato - sono influenze forti che mantengono legati al gruppo.

        Dopo aver vissuto in un ambiente dove tutti pensano e agiscono allo stesso modo, anche se non isolati come chi appartiene ai gruppi più restrittivi, la capacità di guardare e comunicare con l'esterno si sarà atrofizzata. Quando si incontra la famiglia sembrerà così alienante che tutto ciò che si desidera sarà tornare di corsa nel gruppo. Anche se la vita nella setta è deprimente e disagiata, in qualche strano modo il gruppo è dove ci si sente a proprio agio perché è ciò con cui si ha familiarità, è il proprio ambiente quotidiano, la propria casa e la propria famiglia. In questo contesto, pensare di lasciarlo diventa un'idea opprimente. Se anche si fosse pensato di scappare, ci si chiederebbe: dove vado? Che faccio? Chi mi accetterebbe? Sì è persa l'autostima a tal punto che il pensiero di andarsene diventa insopportabile. Non si riesce ad immaginare di lasciare il proprio piccolo universo protetto per uscire nell'orribile mondo che col tempo si è stati abituati a ritenere la personificazione del male, la società borghese, Satana. I non credenti non vi accetteranno. Nel momento in cui scopriranno "da dove venite" morirete sul posto o vi cacceranno via. Nessuno vi assumerà, nessuno vi vorrà, non avrete mai una relazione, sarete perdenti. Passerà per la mente tutto questo perché, in un modo o nell'altro, nella setta hanno insegnato queste cose che sono state interiorizzate nelle sedute di studio e attraverso il milieu del gruppo. Si penserà di non potersene andare perché si è stati profondamente separati dal mondo esterno, e si entrerà in uno stato di paralisi emotiva e psicologica (per non parlare del fatto che molti membri non hanno accesso al denaro e, al lato pratico, non pensano di poter arrivare molto lontano anche se se ne andassero).

        Paura

        Un'altra ragione per cui non si lascia la setta è semplicemente che si ha paura. Molti gruppi danno la caccia ai defezionisti: li minacciano, li puniscono, li mettono agli arresti domiciliari. Se i membri cercano di andarsene vengono fermati; se fanno l'errore di dire a qualcuno che stanno pensando di andarsene vengono sospesi dalle attività del gruppo, ostracizzati e puniti. Vengono criticati, messi sotto accusa e il più delle volte "convinti" piuttosto velocemente a rimanere. Il membro del gruppo sa queste cose e avrà paura di subire lo stesso trattamento. Andarsene non sembra più una strada percorribile.

        In alcuni casi i membri vengono espulsi. Vengono letteralmente cacciati fuori dal gruppo e depositati davanti alla porta di uno psichiatra o dei genitori. E nel gruppo vengono denunciati e diffamati. Entrano nella lista dei nemici e delle non-persone. Su di loro vengono dette terribili bugie per consolidare l'idea del gruppo sui motivi per cui non sono più dei loro. Questo tipo di denuncia non è una prospettiva piacevole per chi pensa di andarsene. L'immagine del paria assume proporzioni enormi, e pensare di assumere quell'immagine sembra un destino peggiore della morte.

        Senso di colpa

        Il fattore finale che fa scattare la trappola è l'attiva partecipazione del membro. Che piaccia o no ammetterlo, si è investito nella vita settaria. È duro lasciarla - un po' perché una parte di sé vuole ancora credere che potrebbe funzionare, un po' per la vergogna e il senso di colpa. Si è stati partecipi in attività che nella vita normale probabilmente non sarebbero mai state prese in considerazione, - azioni moralmente criticabili, cose che non si sarebbe mai pensato di poter fare o a cui poter assistere. Questo tipo di colpa e vergogna mantiene legati alle sette e impedisce di dire semplicemente «adesso basta, me ne vado».

        Attraverso questa esperienza settaria e tutte le sue influenze si è sviluppata una dipendenza imposta. Si può aver iniziato come persona completamente autonoma, ma dopo un certo tempo, anche se forse non si vuole ammetterlo, si è diventati completamente dipendenti dal gruppo per tutto quel che riguarda bisogni sociali, familiari, di auto-immagine e sopravvivenza. Ogni giorno è stato ripetuto che cosa fare e si è regrediti. Si è diventati come bambini per cui qualsiasi pensiero o azione indipendente porta confusione, è opprimente. Come potrebbe un bambino alzarsi ed andarsene, dopo essere stato indotto a credere che non può agire e funzionare senza il gruppo?

        A causa della potente combinazione di credenza, lealtà, dipendenza, senso di colpa, pressione dei pari, mancanza di informazione e spossatezza, tutti elementi che da soli probabilmente hanno lo stesso peso psicologico, i membri non riescono a lasciare prontamente il gruppo. Le persone rispettabili, oneste non arretrano facilmente davanti agli impegni presi, e l'ambiente settario è tale che rende praticamente impossibile l'uscita.

        Molti membri, in particolare chi mantiene uno status inferiore all'interno del gruppo, vivono uno stato di conflitto mentale e tormento che può durare anni. Altri salgono nella gerarchia del gruppo e viene loro insegnato a perpetuare il sistema manipolativo. Apprendono come falsificare miracoli, cure, dare false presentazioni delle vittorie del gruppo e coprire il leader corrotto. Il loro ruolo è quello di fare osservare obbedienza e dipendenza, ed imparano a razionalizzare il proprio comportamento e quello del leader. Nonostante siano a conoscenza delle falsità, rimangono per lo status e il potere di cui godono. E rimangono anche perché sono intrappolati dalle stesse influenze che trattengono gli altri, si sentono in colpa e temono ricatti e ritorsioni del gruppo.

        In diversi gruppi esistono guardie che hanno il compito di sorvegliare affinché defezionisti e chi è stato punito non se ne vada. Una donna che ho assistito, e che aveva cercato di lasciare il gruppo, fu catturata da guardie armate e trattenuta nella proprietà della setta per un anno prima di riuscire a fuggire. Nei due anni seguenti dormì vestita per poter essere pronta a scappare se il leader le avesse mandato dietro le guardie.

        All'esperienza dell'imprigionamento sono associati grossi traumi. L'umiliazione dei membri, centrale alla maggioranza delle sette, è particolarmente intensa nelle punizioni e lo è ancora di più nelle varie forme di imprigionamento settario. Ex membri che hanno vissuto queste esperienze, mentre raccontano quei periodi di disperazione, solitudine e paura hanno spesso collassi emotivi. Anche quando la detenzione finisce, generalmente rimangono nella setta ancora per molto tempo, proprio per la paura associata a devastazione emotiva. Alcuni ex membri che ho assistito hanno descritto in che modo il gruppo li avesse trattenuti in condizioni simili alla prigionia per periodi variabili tra i pochi mesi e i sette anni, a volte in occasioni ripetute, prima di riuscire, alla fine, ad andarsene. Queste detenzioni sono state documentate nel corso di procedimenti legali, e confermate da altri ex membri [i].

        Una delle storie più significative sulla difficoltà di lasciare il gruppo riguarda una coppia che aveva ricoperto alti incarichi nella struttura di potere della setta, e a cui erano state profondamente inculcate le sue regole. Quando alla fine scapparono, furono così diligenti da chiamare la casa madre dall'aeroporto non solo per dire che se ne stavano andando, ma anche dove erano diretti. Il funzionario del gruppo con cui parlarono affittò un aereo privato che lo conducesse a destinazione, li andò a o prendere e li portò indietro. Da allora gli amici non sono più riusciti a localizzare i due. center> 

        Modi per lasciare una setta

        La buona notizia è che alla fine gran parte dei membri lascia il gruppo. Tendono a farlo in uno dei tre seguenti modi:

        Innanzitutto se ne vanno di propria spontanea volontà perché sono disillusi, ne hanno abbastanza o si rendono conto che il gruppo non è come si era presentato. Le contraddizioni diventano semplicemente troppo evidenti e non possono più essere ignorate. Raccolgono il coraggio e se ne vanno. Spesso la decisione scaturisce da un particolare evento. Per esempio un membro la cui madre era arrivata da un altro continente per fargli visita, e a cui non fu permesso passare più di un'ora con lei perché doveva lavorare per il gruppo. Nonostante all'epoca avesse accettato le regole, l'episodio aveva continuato a turbarlo e alla fine prese un aereo e se ne andò. I membri che se ne vanno in questo modo sono conosciuti come walkaways [che se ne vanno da soli].

        La seconda categoria riguarda chi viene espulso dalla setta per vari motivi, che spaziano dalle direttive interne di liberarsi di chi ha collassi mentali o fisici dovuti agli stress della vita settaria, a programmi deliberati in cui il leader decide, per ragioni economiche o di altra natura, di ridurre le dimensioni del gruppo o di sbarazzarsi di qualcuno. A volte il leader è disposto a sacrificare qualche membro insoddisfatto o "indipendente" per far capire agli altri che tutti possono venire scaricati se non si comportano bene. Spesso queste purghe instillano forte paura nei membri, che possono essere totalmente dipendenti, oppressi dai sensi di colpa e convinti di non poter funzionare nel mondo esterno. I membri che se ne vanno in questo modo vengono a volte definiti come castaways [buttati fuori].

        Infine alcuni esterni al gruppo - solitamente famiglia o amici e un team composto di assistenti d'uscita ed ex membri - possono incontrare la persona per fornirle informazioni e sostegno che rendano possibile fare una scelta completamente informata sull'appartenenza al gruppo. Vale a dire che al membro viene data la possibilità, attraverso ciò che ora si chiama exit counseling o intervento [ii], di riconsiderare e rivalutare appartenenza e impegno e decidere se restare o andarsene. Per molti lasciare la setta è una delle cose più difficili che si troveranno ad affrontare. Ed è particolarmente difficile farlo da soli. Questa è una delle ragioni principali del successo degli interventi familiari, dell'exit counseling e di altri modi in cui vengono fornite informazioni e sostegno.

         

        Deprogrammazione ed exit counseling

        Ho sentito usare per la prima volta il termine deprogrammazione nel 1972. In precedenza avevo ascoltato molte famiglie e genitori descrivere il modo in cui uno o più familiari, appena entrati in qualche particolare gruppo, sembrassero incapaci o non disposti a reagire liberamente alle conversazioni; sembravano invece rispondere alle domande in modo meccanico e reagivano con il gergo stereotipato, provato come a teatro, da poco entrato nel loro vocabolario. Il familiare faceva pronunciamenti, declamava slogan e dogmi e non partecipava più come un tempo alle conversazioni basate sulla concessione reciproca.

        Le famiglie scelsero il termine programmato per descrivere i rapidi cambiamenti che avevano notato nella personalità del proprio caro - cambiamenti che non erano tipici della persona che conoscevano. Ciò che preoccupava queste famiglie non era il fatto che la persona cara avesse abbracciato una nuova religione o fosse entrato in un gruppo comunitario, era il tipo di cambiamento a cui stavano assistendo: un cambiamento repentino che non suggeriva crescita interiore, ma un modo di pensare rigido, inflessibile e una costrizione dei sentimenti. Giovani precedentemente calorosi, espansivi con molti interessi, amici e progetti per il futuro improvvisamente abbandonavano scuola, passatempi e obiettivi e rifuggivano la famiglia.

        Le famiglie notarono anche che era il gruppo stesso ad impedire ai ragazzi di parlare con loro. Alcune hanno cercato per anni di sapere dove poter indirizzare lettere, mandare un regalo, dove poter telefonare. È accaduto spesso che genitori non siano riusciti a vedere i propri figli per periodi lunghissimi, da sei a 20 anni, e alcuni non sanno ancora nulla, nemmeno se sono vivi. Molti genitori e nonni sono morti senza nemmeno sapere che cosa era successo ai propri cari entrati in una setta.

        Nei casi in cui i familiari riuscivano ad incontrarsi con il congiunto o a parlargli al telefono avevano la netta impressione li stesse tagliando fuori, che non sembrasse più legato alla famiglia o al passato. Le conversazioni erano come ascoltare un nastro registrato, con la persona che faceva paternali dogmatiche cercando di reclutare nel gruppo il resto della famiglia. A volte i genitori si accorgevano che le telefonate erano controllate e che qualcuno stava suggerendo che cosa dire. Genitori i cui figli erano stati all'università mi mostrarono lettere che sembravano scritte da bambini delle elementari. Queste famiglie assistevano ad una notevole regressione praticamente in ogni aspetto del comportamento, dai discorsi agli scritti all'apparenza. A volte notavano anche una forte mancanza di informazione e conoscenza sull'attualità. Ad esempio ragazzi che in precedenza erano stati politicamente attivi in cause liberali iniziavano a declamare dogmi di destra. Altri sembravano all'oscuro di avvenimenti di portata mondiale avvenuti dopo il loro ingresso nella setta.

        Le famiglie erano sconcertate e preoccupate. Pensavano che i progetti dei figli, il loro atteggiamento, modo di parlare e sistema di valori fosse cambiato troppo radicalmente e troppo rapidamente. Queste famiglie non avevano parole per definire bene ciò che stavano dicendo, ma volevano disperatamente trasmettere le loro esperienze e preoccupazioni. Spesso facevano commenti come «fuori dalla realtà», «programmati», «non è più lo stesso», «ora è una persona diversa», «in un qualche modo l'hanno cambiato», e «negli occhi ha uno sguardo lontano chilometri».

        La famiglie batterono ogni strada possibile nel tentativo di attirare attenzione su questo problema - parlarono con gli uffici universitari, con gli assistenti scolastici, pastori, professionisti di salute mentale, polizia, investigatori privati e con i politici che avevano eletto. Nel 1976 il Senatore Robert Dole del Kansas rispose ad una petizione firmata da 14.000 cittadini di vari stati chiedendo che fosse condotta un'indagine sulla questione [2]. Circa 400 persone di 32 stati diversi - genitori, ex membri e cittadini preoccupati - incontrarono una commissione di funzionari federali per denunciare le sette. La commissione era presieduta dal Senatore Dole, il quale era assistito dal Senatore James Buckley di New York e dal Deputato George O'Brian dell'Illinois. Venne fatta e distribuita la trascrizione dell'incontro, però non seguì alcuna azione legislativa.

        Tra il 1974 e il 1976 si tennero tre udienze presso i legislatori degli stati di California, New York e Vermont - che altresì produssero documentazione e rapporti sull'appartenenza settaria, e fornirono descrizioni del modo in cui «la dipendenza dal gruppo e dalla struttura di pensiero che offre ha come conseguenza cambiamenti del linguaggio base con cui si tengono discorsi o si esprimono pensieri. Alle vecchie parole cariche di significato emotivo comune vengono dati nuovi significati, rigidi e semplificati. Il nuovo vocabolario è al contempo magico e improntato sul rimprovero, e da intendersi in senso letterale. Il modello dei discorsi dei convertiti dimostra mancanza di senso dell'umorismo e l'incapacità ad usare e apprezzare la metafora. Vengono scoraggiati pensiero critico e domande; ai convertiti si insegna che bisogna sentire piuttosto che pensare» [3].

        Nello stesso periodo psichiatri, psicologi e assistenti sociali psichiatrici che lavoravano con i membri di setta suggerirono modifiche comportamentali che vennero definite sindrome da indottrinamento settario.
        Queste modifiche comprendono [4]:

         
        • Alterazione improvvisa e drastica della gerarchia di valori individuale, compreso l'abbandono dei precedenti obiettivi accademici o professionali. Questi cambiamenti sono improvvisi e catastrofici, piuttosto che cambiamenti graduali derivanti dalla maturazione individuale o dall'educazione.

        • Riduzione della flessibilità cognitiva e dell'adattabilità. Il membro di setta sostituisce le reazioni stereotipate della setta alle proprie.

        • Restringimento e ottundimento dell'affettività. I sentimenti di amore vengono repressi. Il membro sembra emotivamente piatto e meno vitale di prima.

        • Regressione del comportamento a livello infantile. Il seguace diventa dipendente dal leader ed accetta acriticamente le sue decisioni.

        • Cambiamenti fisici. Comprendono spesso perdita di peso e deterioramento di apparenza ed espressione fisica.

        • Possibili sintomi patologici. Questi sintomi possono comprendere stati di coscienza alterati.

        Numerose famiglie, notando questi cambiamenti drammatici, non sapevano che fare. Nel tentativo di contrastare ciò che consideravano come programmazione settaria, organizzarono incontri con i membri per cercare di risvegliare le capacità di pensiero critico dei soggetti, in modo da poter riconsiderare la decisione di rimanere nel gruppo; questo processo cominciò ad essere chiamato deprogrammazione. Alla fine degli anni '70 alcune famiglie riuscirono anche ad ottenere la custodia legale dei congiunti aggregati alle sette. In questo procedimento legale, i genitori o la famiglia si presentano davanti al giudice nel tentativo di stabilire che una persona, in questo caso il congiunto nella setta, manca della capacità di badare a se stesso o non mostra di essere in grado di giudicare correttamente la condotta quotidiana. Si richiede pertanto che la custodia di quella persona venga affidata a un familiare in modo da proteggere i suoi interessi. Corti di diversi stati concessero questo tipo di custodia per brevi periodi di tempo.

        Questo ricorso alla legge fu particolarmente efficace nei casi in cui le sette ingannavano le famiglie sugli spostamenti dei congiunti, perché avevano l'obbligo di consegnare la persona alla famiglia per il periodo decretato dal giudice. Spesso durante questo periodo la persona si incontrava con i deprogrammatori e non tornava più nel gruppo. Le sette ben presto si adoperarono per far cambiare la legge e rendere più difficile ottenere la custodia, così oggi questo sistema per localizzare un membro, in particolare un congiunto che viene tenuto nascosto o spostato di continuo, è estremamente limitato.

        Gli inizi della deprogrammazione

        Intorno al 1972, con la diffusione di esperienze positive di deprogrammazione che avvenivano qui e là in tutti gli Stati Uniti - due nomi vennero associati alla pratica: Joe Alexander Sr. e Ted Patrick. Per dare una descrizione pratica della deprogrammazione spiegherò innanzitutto in che modo questi due uomini rimasero coinvolti nel mondo delle sette, poi presenterò in dettaglio la revisione della deprogrammazione conosciuta come exit counseling, in uso ai nostri giorni.

        Il fratello di Joe Alexander aveva un solo figlio che terminò il college nel 1968. Nel periodo tra il diploma e l'inizio della scuola medica che aveva deciso di frequentare venne reclutato dalla Tony and Susan Alamo Foundation, un gruppo con sede a Los Angeles successivamente diffusosi in altre località. Il ragazzo rimase nel gruppo dal 1968 al 1970 quando il Sig. Alexander, che era in contatto con altre due famiglie in possesso di informazioni sul gruppo, progettò un incontro per fornire informazioni a cui parteciparono il nipote, suo padre, le altre due coppie di genitori e lui stesso. Frattanto gli adulti si erano informati sulla Alamo Foundation, i suoi leader e su come in quel particolare gruppo venissero usate manipolazione e influenza. Ebbero successo nel presentare queste informazioni e nell'indurre ragionamento critico nel ragazzo, che decise di abbandonare il gruppo. Nel giro di breve tempo la voce si sparse, e altri genitori cercarono l'aiuto di Joe Alexander. Il Sig. Alexander mi ha detto di aver deprogrammato 600 persone in un periodo di cinque anni.

        Il successivo ad apparire sulla scena, nel 1971, fu Ted Patrick, che era il Rappresentante Speciale del Governatore della California, Ronald Reagan, per le Relazioni con la Comunità di San Diego e Imperial Counties. Per il 4 di luglio di quell'anno il Sig. Patrick aveva affittato una suite al Mis-sion Beach Hotel di San Diego. Erano arrivati la sua famiglia, i nipoti e gli amici, e i ragazzi andarono a Belmont Park a vedere i fuori di artificio. Il figlio quattordicenne del Sig. Patrick ed uno dei nipoti non rientrarono con gli altri. Verso mezzanotte e mezza, proprio mentre il padre stava chiamando la polizia, i ragazzi tornarono in hotel. Il Sig. Patrick ha raccontato di aver pensato che il figlio avesse fumato marijuana o avesse bevuto: sembrava assente, inespressivo, svagato. Il nipote era un po' più presente, e raccontò che erano stati fermati da persone con Bibbie e chitarre. I ragazzi raccontarono che «c'era qualcosa in loro. Non riuscivamo ad andare via». Il gruppo (successivamente si seppe trattarsi dei Bambini di Dio) voleva che i due li seguissero, e pare che avessero loro promesso che non avrebbero più dovuto lavorare, non si sarebbero più ammalati, non avrebbero più avuto problemi e non avrebbero più dovuto andare in chiesa o a scuola, anche perché quelle cose «sono figlie del diavolo e [i vostri] genitori sono figli di Satana».

        Dopo aver messo al sicuro i ragazzi Ted Patrick uscì e si fece reclutare dai Bambini di Dio [COG - ora The Family-ndt]. Trascorse alcuni giorni con il gruppo per vedere come operavano. Dalla sua osservazione personale arrivò alla conclusione che i COG "programmavano" le persone ad accettare i loro ideali e modi di vita. Questo avvalorò l'idea che i membri di setta venivano programmati, e che l'antidoto consisteva nella "deprogrammazione" - vale a dire fornire informazioni sul gruppo e dimostrare come l'autodeterminazione nel prendere decisioni fosse stata derubata. Il Sig. Patrick ha raccontato di aver deprogrammato circa un migliaio di appartenenti a gruppi settari, alla metà degli anni '70 [5].

        Questo libro non è il luogo adatto per descrivere in dettaglio la moltitudine di eventi accaduti da allora. Nei primi anni in cui si usava la deprogrammazione genitori disperati e deprogrammatori dedicati vennero occasionalmente arrestati con l'accusa di aver rapito seguaci in quella che divenne nota come deprogrammazione involontaria, e seguirono un certo numero di azioni legali. Ma in generale gran parte delle deprogrammazioni di quell'epoca funzionarono, e i membri decisero di lasciare il proprio gruppo; nel frattempo le complicazioni legali derivanti da rapimenti e controllo forzato dei membri, a cui veniva impedito di lasciare casa propria o il luogo deputato alla deprogrammazione, spinsero altri a cercare metodi diversi per far uscire parenti e amici.

        Il termine exit counseling entrò in uso per distinguere l'intervento volontario dalla deprogrammazione forzata. Oggi l'exit counseling identifica il processo informativo ed educativo che si attua per portare il membro a riconsiderare e rivalutare la sua appartenenza. In realtà, sotto molti aspetti il termine "deprogrammazione" è una descrizione più accurata del processo per indurre il membro a riconoscere quanto è accaduto, ma visto che oggi la parola è legata ai ricordi di quei primi esperimenti, rapimenti e costrizioni, si è riluttanti ad usarla.

        Quando i primi deprogrammatori iniziarono a presentare i loro materiali furono molti coloro i quali lasciarono il gruppo per diventare ex membri informati e contenti di esserne usciti. Centinaia di questi giovani, sparpagliati in tutti gli Stati Uniti e altrove - alcuni con formazione universitaria o professionale - consci di quanto era loro accaduto desiderarono condividere quanto sapevano. Per farla breve, oggi questi ed altri veterani rappresentano gran parte di chi incontra e lavora con le famiglie dei seguaci di una setta, sono coloro i quali partecipano alla moltitudine di exit counseling volontari che hanno luogo regolarmente in tutto il mondo. E quando dico famiglie non intendo unicamente genitori preoccupati per i figli. Molti ruoli familiari collaborano con gli assistenti d'uscita e gli specialisti di informazione nella speranza di arrivare al cuore di un genitore, cugino, zio o zia, nonno, caro amico o coniuge coinvolto in una setta.

        Gli assistenti d'uscita aiutano queste persone a capire che cos'è una setta in generale, e che cos'è il gruppo specifico in cui sono coinvolti; illustrano le tecniche di influenza manipolativa e i processi di riforma del pensiero. Collaborano con le famiglie per vedere se è possibile organizzare un incontro volontario con la persona coinvolta. A volte questi incontri vengono definiti interventi familiari, e sono simili a quelli che si fanno con gli alcolisti o i tossicodipendenti. Una sessione di intervento o exit counseling coinvolge il seguace, un team di assistenti, familiari e amici selezionati. Se il seguace non accetta l'incontro, questo non si tiene.

        Che cosa succede durante l'exit counseling

        L'exit counseling è un procedimento relativo allo scambio di informazioni. Gli assistenti devono avere esperienza in tecniche di riforma del pensiero e conoscere il gruppo particolare a cui la persona appartiene. Di solito il team è composto da almeno un ex membro di quel gruppo che possa fornire dettagli specifici e conoscenza dall'interno. Il team deve conoscere il linguaggio della setta, la sua storia, le sue credenze ed avere dati accurati e documentati sul leader. Il team arriva preparato e provvisto di documenti, cassette audio e video e quante più informazioni possibili sul gruppo e le sue attività.

        Oltre alla conoscenza, però, si deve instaurare un buon rapporto tra il team e il soggetto - l'efficacia dell'exit counseling dipende sia dalla conoscenza che dal rapporto e dalle capacità delle persone, e tutti i presenti devono partecipare al processo informativo.

        Il team ha una scaletta del materiale da presentare, ma solitamente l'ordine in cui viene proposto dipende dalle reazioni e dall'apertura che il soggetto mostra alla presentazione delle informazioni. Il team fa sostanzialmente due cose: presenta dettagli sul gruppo e il suo leader che il membro non conosceva, perché non ne aveva accesso al suo interno; spiega che cos'è la riforma del pensiero e le influenze sociali e psicologiche sistematicamente usate per portare l'individuo a rifiutare il passato e adottare le modalità ordinate dal gruppo. L'idea fondamentale è offrire accesso a questo tipo di informazione in un'atmosfera sicura, dove può aver luogo una libera discussione e dove l'individuo è protetto dalle pressioni e influenze che lo hanno condotto, un passo alla volta, a rinunciare alla propria libertà e diventare dipendente dal gruppo, diffidando o rifiutando il mondo esterno.

        In questo ambiente il seguace può fare domande, rispondere, gestire autonomamente reazioni e atteggiamento verso le informazioni. Il vantaggio della presenza di ex membri di quel gruppo è che saranno in grado di raccontare le proprie esperienze, descrivere in che modo e perché hanno deciso di andarsene; condividere quanto sanno sul gruppo e i motivi per cui desiderano che l'individuo abbia accesso ad informazioni che gli permetteranno di fare una scelta libera sull'appartenenza. La semplice presenza di ex membri in perfetta salute mentale e fisica farà grande impressione sull'individuo, visto che gran parte dei gruppi instillano paura e sensi di colpa, inducendo l'idea che una volta usciti saranno incapaci di gestire il mondo esterno e vivranno una vita miserabile. Quando l'individuo vede che un altro seguace ha lasciato il gruppo, è sopravvissuto e forse si sta dedicando a quelle attività altruiste che lui stesso pensava di poter svolgere entrando nella setta, si sente fortemente rassicurato sulle sue possibilità fuori dal gruppo. Gli ex membri sono un antidoto concreto e vivace all'indottrinamento fobico della setta.

        Molti assistenti avranno a disposizione anche materiale scritto e videocassette su riforma del pensiero e persuasione coercitiva, ed esso potrà essere discusso in un'atmosfera favorevole. Nel milieu settario il seguace, per quanto disilluso a volte possa sentirsi, non può discutere apertamente i propri sentimenti o la propria idea su raccolte fondi menzognere, reclutamento ingannevole oppure fare domande su certe attività, perché la setta condanna questo tipo di comportamento. Ma in un'atmosfera rilassata avrà la possibilità di valutare che cosa accade nel gruppo e come è accaduto, e può fare tutte le domande che desidera. Con il procedere della condivisione e discussione dell'informazione, la seduta di assistenza può estendersi da qualche ora ad una serie di incontri e discussioni successive che possono durare qualche giorno. Solitamente non appena l'individuo riesce ad afferrare il significato dell'informazione sarà lui stesso a volerne sapere di più, e a decidere di continuare la seduta. Sulle prime la persona può essere sulla difensiva e opporre resistenza, poi lentamente passerà al ruolo attivo facendo e rispondendo alle domande, esprimendo i dubbi repressi e fornendo esempi personali di ciò di cui si sta discutendo.

        Non si tratta di un processo facile. Può essere molto stressante, emotivamente coinvolgente e pieno di conflitti. Il sostegno e la comprensione della famiglia e del team sono elementi chiave per lo svolgimento e il successo. Inoltre, come il lettore può capire, questo lavoro richiede specialisti con il giusto tipo di conoscenza e capacità. Non si tratta di terapia. Il team non è lì per cambiare il comportamento dell'individuo, ma per fornirgli e discutere informazioni, e deve essere in grado di seguire i vari stati d'animo che si potrebbero presentare. L'individuo, in un ambiente rispettoso e non polemico, vede e ascolta cose che vanno dall'interessante all'affascinante. Gli assistenti devono sapere come gestire le sue emozioni e il crescente riconoscimento del fatto che vuole uscire dal gruppo.

        Un ragazzo che aveva passato tre anni in una setta mi ha raccontato che nel corso dell'exit counseling aveva avuto un'esperienza straordinaria. Improvvisamente si era sentito come se la sua mente fosse un muscolo che stava cominciando ad allenare. Mi disse che sapeva che poteva sembrare strano descrivere il pensiero attivo come un esercizio fisico, ma che era proprio così. Durante l'exit counseling sono molti quelli che iniziano ad emergere mentalmente. Altri, come quel ragazzo, hanno una vera esperienza del tipo «ah! Bello!». Un altro ragazzo, la cui madre e sorella erano venute dall'Australia per stare con lui durante l'exit counseling, mi ha raccontato che quando le aveva incontrate nella stanza d'albergo in cui si teneva la seduta si era reso conto di qualcosa di strano che lo riguardava, e che fino a quel momento non era riuscito ad esprimere con parole. Inizialmente si era sentito come sotto una campana di vetro attraverso cui poteva vederle e sentirle, ma era come se una barriera invisibile gli impedisse di provare sentimenti di vicinanza, o attrazione. Ma ad un certo punto, durante la seduta, aveva iniziato improvvisamente a piangere e a provare sentimenti. Per la prima volta da molto, molto tempo provava sentimenti veri, sapeva di essere tornato al mondo reale e che non voleva più lasciarlo.

        Nonostante nessuno possa garantire l'esito di una seduta, gran parte degli assistenti d'uscita sono concordi nel dire che se viene concesso tempo sufficiente per presentare le informazioni in loro possesso - generalmente tre giorni - nel 90% dei casi la persona deciderà di non fare ritorno al gruppo [6]. Tra chi sceglie di tornare - solitamente perché non si trattiene abbastanza a lungo per ascoltare sufficienti informazioni e discuterle - il 60% lascia la setta in un momento successivo.

        Dopo aver deciso di non tornare nel gruppo l'ex seguace può avere grossi benefici trascorrendo una settimana o due in un centro di riabilitazione specializzato in casi di coinvolgimento settario. Nel corso degli ultimi decenni sono sorti numerosi centri di questo tipo, nonostante al momento ne esista uno soltanto: il Wellspring Retreat and Resource Center di Albany, Ohio [iii]. Questa struttura è gestita dal Dott. Paul Martin, psicologo clinico ed esperto di sette. In passato anche il Dott. Martin ha fatto parte di una setta, perciò ha il vantaggio dell'esperienza personale.

        Gli ex membri potrebbero trascorrere da una a tre settimane in un centro di riabilitazione dove ricevono ulteriori informazioni sulla fenomenologia settaria e sulle esperienze vissute nel gruppo, processo estremamente utile per riprendersi completamente. Rimangono in contatto con professionisti ed esperti in grado di discutere le informazioni ricevute durante l'exit counseling, oppure da quando hanno lasciato il gruppo senza aiuto esterno. Possono vedere documentari sulle sette e sulla riforma del pensiero ed esplorare le possibilità per il futuro in un ambiente privo di pressioni esterne. Tutti gli ospiti del centro sono nella stessa situazione e posizione per quanto riguarda il reinserimento nella società. Anche le famiglie possono partecipare a avere ulteriori informazioni su come l'esperienza settaria abbia influenzato il congiunto, e su ciò che succede nelle sette.

        Chi diventa Exit Counselor

        Nel 1981 ho intervistato 90 persone e ho chiesto come erano entrati nel campo dell'exit counseling, che cosa facevano e i risultati della loro attività. Quindici di loro erano professionisti di salute mentale, quattro dei quali avevano avuto esperienza personale in una setta. Due erano usciti da soli e gli altri due erano stati deprogrammati con la collaborazione delle famiglie. Otto non avevano avuto esperienze personali ma avevano avuto in terapia ex membri; in questo modo avevano appreso in che modo le sette usano la manipolazione sociale e psicologica per cambiare comportamento e atteggiamento. Questi professionisti lavoravano soprattutto con gli ex membri, in veste di collaboratori nelle sedute di exit counseling. I rimanenti tre avevano tolto da una setta un figlio o una figlia tramite la custodia legale e seguente deprogrammazione, e in seguito avevano usato la loro conoscenza per aiutare gli altri.

        Quarantacinque exit counselors erano ex membri a loro volta deprogrammati da uno dei pionieri della deprogrammazione, e in seguito avevano collaborato come assistenti in quei primi anni.

        I 30 rimanenti erano parenti di ex membri oppure rappresentanti del clero sensibilizzati sul problema settario. Avevano profonda conoscenza di alcune sette e avevano raccolto informazioni sulla riforma del pensiero.

        I pionieri dell'exit counseling ritenevano importante la preparazione delle famiglie e la necessità della loro partecipazione nel procedimento. Genitori, amici e famiglia erano presenti o comunque vicini in quelle prime sedute di exit counseling, così come lo sono oggi. Attraverso la programmazione e la discussione dell'incontro, la famiglia viene istruita su quale sarà il suo ruolo e il contributo che ogni congiunto deve apportare, sia durante la seduta che nel periodo successivo. Si tratta di un gradino importante perché le famiglie spesso non programmano a sufficienza i bisogni dell'ex membro una volta uscito dal gruppo: Dove andrà? Dove vivrà? In che modo sarà sostenuto finanziariamente finché non sarà in grado di trovarsi un lavoro?

        Scegliere un Exit Counselor

        Molte famiglie iniziano la ricerca di assistenza cercando telefonicamente qualcuno che sappia qualcosa di sette, e che possa aiutarli […]. Arrivano agli exit counselors parlando con amici, professionisti o ex membri. La famiglia seleziona l'assistente che sembra rispondere meglio ai suoi bisogni in base ad esperienza, conoscenza, maniere e raccomandazioni personali. Poi inizia la pianificazione [7].

        Gran parte degli exit counselor richiedono una storia familiare, oltre alle informazioni che ricevono al telefono. Spesso i familiari hanno molta fretta e vorrebbero agire subito. Ma senza una buona preparazione e l'esperienza dell'assistente c'è più da perdere che da guadagnare. Il consulto iniziale con la famiglia, che solitamente avviene al telefono, comprenderà le seguenti domande:

         
        • Da quanto tempo la persona è nella setta?

        • Qual è il nome del gruppo e del suo leader?

        • Che informazioni ha la famiglia sul gruppo e sul suo leader? (Alcuni gruppi sono grandi e conosciuti, e su di loro esiste molta letteratura. Altri sono piccoli, nuovi o sconosciuti). È un gruppo nomade o stanziale? Dove ha sede?

        • Che cosa è successo appena prima che la persona entrasse nel gruppo - imprevisti, perdite, delusioni?

        • In che modo è stata reclutata? In quali circostanze?

        • Quanto è cambiata e in che modo?

        • Quanto consenso familiare ha avuto l'aderenza al gruppo?

        • Tutti i familiari considerano quel gruppo allo stesso modo?

        • In generale, che cosa si aspetta la famiglia?

        • Dov'è ora il membro?

        • La famiglia chi ha contattato in precedenza (enti o singoli) e quali informazioni ha avuto?

        • La famiglia ha parlato con il personale della scuola, gli amici del congiunto, gruppi di sostegno ai genitori, ex membri, altri exit counselors, pastori, parroci, polizia, servizio immigrazione e così via? Che cosa ha saputo?

        • Che cosa sa la famiglia di riforma del pensiero e persuasione coercitiva?

        • Che libri e articoli sono stati sull'argomento?

        • Quali azioni sono state prese in considerazione per contattare e aiutare l'individuo?

        Dopo questa fase di raccolta informazioni, se l'assistente accetta il lavoro e ci si accorda sull'onorario verrà discussa la partecipazione all'intervento di familiari stretti, amici o parenti, e del suo team. Generalmente l'assistente principale suggerirà la presenza all'incontro di una o due persone, e insegnerà ai familiari prescelti il modo in cui comunicare con il congiunto e come gestire l'incontro. Ogni caso è un caso a sé, è complicato e implica la partecipazione stretta e la responsabilità della famiglia e del team.

        Generalmente gli exit counselors addebitano cifre variabili tra i 500 e i 1000 dollari al giorno, più le spese - onorari simili a quelli di molti altri consulenti. Gli exit counselors devono studiare e tenersi aggiornati sulla scena settaria costantemente in movimento, raccogliere dati, filmati e documenti da e su i vari gruppi. Molti non addebitano nemmeno le molte ore di lavoro telefonico che tutto questo comporta, e gran parte di essi offrono successiva assistenza gratuita e offrono volontariamente centinaia di ore per conferenze in scuole, chiese ed altre organizzazioni. Spesso sono reperibili gratuitamente per tutto il tempo necessario alla famiglia per organizzare tempo e luogo per l'incontro. Inoltre molti exit conselors sono oggetto di molestie, abusi verbali e minacce di cause legali illegittime avanzati dalle sette. Come descritto in precedenza, molte delle grandi sette internazionali hanno a disposizione risorse finanziarie praticamente illimitate e avvocati interni per intimidire gli exit counselors e i critici in generale.

        Prima di stipulare un contratto, la famiglia dovrebbe fare domande precise sul tipo di procedimento che l'assistente intende usare e che potenzialità di successo esistono. Sono disponibili libri e altro materiale scritto da exit counselors che descrivono in dettaglio il procedimento [8]. Non solo spiegano la necessità della preparazione familiare, ma sottolineano anche che cosa la famiglia deve aspettarsi dall'assistente.

        Assistenza data da professionisti di salute mentale o rappresentanti del clero

        In generale i professionisti di salute mentale e i rappresentanti del clero senza specifica preparazione su tematiche settarie non sono l'opzione migliore per quanto riguarda l'exit counseling. Spesso sono i meno informati proprio nel momento in cui la famiglia necessita di reale informazione su sette e gruppi che usano procedimenti di riforma del pensiero, oltre che di una valutazione oggettiva della situazione.

        Le famiglie che si rivolgono a preti o professionisti disinformati si sentono spesso dare variazioni sul tema «è solo una fase passeggera; crescerà, maturerà» oppure «non si può fare nulla, ha quarant'anni (o settanta)». In molti casi questi professionisti non conoscono il modo in cui influenza intensa, pressione sociale e interazioni cultistiche agiscono sul membro, perciò rifiutano semplicemente l'assistenza o fuorviano le famiglie.

        I preti che non hanno esperienza settaria potrebbero ricorrere alla discussione dottrinale. L'esperienza insegna che questo tipo di approccio non è il modo in cui iniziare. In realtà consolida semplicemente la propaganda del leader. Ad una persona in una setta religiosa, per esempio, sarà stato insegnato che il prete tradizionale, il mondo esterno, i genitori, parenti e amici sono cattivi, si sbagliano semplicemente su tutto e non devono essere creduti. Se la setta in questione non è un gruppo religioso, un membro del clero potrebbe non fare buona impressione perché gli interessi dell'individuo non sono religiosi.

        Similmente i professionisti di salute mentale digiuni dell'insieme di procedure ed effetti settari non afferrano ciò che serve per aiutare il membro e la sua famiglia. La famiglia che contatta il professionista non ha bisogno di terapia familiare, ma piuttosto di informazioni e consulenza su come determinare il modo migliore per reagire alla situazione. Che sia coinvolto un rapporto genitoriale o un rapporto matrimoniale, prima di prendere in considerazione la psicoterapia tradizionale si devono soddisfare i bisogni psicoeducativi, di riferimenti e di referenze. La famiglia vuole conoscere la realtà delle sue preoccupazioni, poi raccogliere informazioni su opportunità e possibilità.

        Exit counseling e terapia a confronto

        In generale chi esce da una setta non è mentalmente malato, ma chi occasionalmente potrebbe esserlo deve venire naturalmente indirizzato ad uno psichiatra o psicologo con esperienza settaria.

        Dai colloqui che ho avuto con numerosi ex membri - tra cui alcuni che avevano ricevuto exit counseling - è risultato evidente che partecipare ad una seduta di exit counseling è di gran lunga migliore del trattamento psicologico o psichiatrico comune, sia per aiutare il seguace a valutare se vuole o meno restare nel gruppo, sia per aiutare chi se n'è già andato ma potrebbe avere problemi a comprendere e gestire quanto accaduto durante l'appartenenza, e il tipo di problemi che si stanno vivendo dopo il coinvolgimento settario.

        Esistono due motivi per cui l'exit counseling è preferibile: innanzitutto l'ex membro ha bisogno di informazioni e spiegazioni su ciò che ha prodotto i cambiamenti subiti nel corso dell'esperienza. Gli exit counselors capiscono come funziona la persuasione coercitiva e come influenza e pressione sociale del gruppo agiscano sul modo di pensare, sul comportamento, spirito ed emotività; in questo modo possono istruire ed informare. Poi capiscono e sono in grado di spiegare alcuni degli effetti collaterali tipici di meditazione o induzione alla trance, coercizione intensa, regressione alle vite precedenti, lunghe sedute di auto-critica, destabilizzazione del senso della realtà personale ed altre tecniche di persuasione usate dalle sette.

        In secondo luogo, l'assistenza psicologica o psichiatrica si incentra quasi esclusivamente su esperienze o storie dell'infanzia e sul loro impatto attuale. Molti di noi non solo hanno una specie di buco nero che impedisce di renderci conto del modo in cui veniamo influenzati costantemente nel corso della vita intera, ma i programmi di formazione professionale per psicoterapeuti trascurano questo significativo fenomeno. Sono rimasti fermi all'indagine di influenze ed esperienze infantili e non formano i terapeuti sulle esperienze adulte di influenza sociale intensa e situazioni di gruppo.

        Pertanto sia i professionisti di salute mentale che i preti devono prima di tutto studiare le influenze settarie. In particolare, i preti devono sapere che molti seguaci di sette soffrono abusi spirituali [9] e hanno bisogno di una particolare istruzione ed educazione quando cercano di rientrare in gruppi spirituali e religiosi non manipolativi. Spero che questo libro, e gli altri che hanno per oggetto il recupero dall'esperienza settaria, sia utile sia ai professionisti che agli ex membri e alle loro famiglie.

        L'Exit counseling oggi

        Recentemente ho fatto una nuova indagine su chi è attivo nell'exit counseling e nei dieci anni trascorsi dal mio precedente studio sono avvenuti numerosi sviluppi interessanti. Così come è difficile stimare il numero di persone coinvolte nelle sette, è altrettanto difficile accertare quanti exit counselors esistano attualmente. Ciononostante esistono alcuni sviluppi che posso analizzare.

        Un gruppo di exit counselors si è associato per condurre interventi che rispettino standards legali ed etici [10]. Lo scopo degli assistenti che si sono associati era spiegare chiaramente gli accordi e le condizioni tra assistente e cliente, e dare delucidazioni su ciò che farà o meno parte dell'exit counseling. Viste le controversie che circondano la deprogrammazione era importante, e si sono fatti sforzi in questo senso, educare il pubblico sul significato dell'exit counseling moralmente accettabile. Sempre secondo la mia recente ricerca, la grande maggioranza di chi oggi fornisce servizi di exit counseling è composta da ex membri che in molti casi sono stati essi stessi assistiti. Esistono exit counselors negli Stati Uniti, in Canada, Inghilterra, Francia, Spagna, Svezia, Danimarca e probabilmente in molti altri paesi.

        Gran parte dell'assistenza viene fatta da piccoli gruppi di due o tre persone - di solito l'assistente responsabile affiancato da uno o più ex membri, in particolare ex membri del gruppo in questione, anche se il loro numero è variabile. Quando l'assistente responsabile inizia a lavorare con la famiglia solitamente contatta gli ex membri per beneficiare della loro partecipazione durante il corso dell'intero procedimento.

        Fin dall'inizio del mio lavoro con ex membri ho notato che chi è stato assistito o deprogrammato ha avuto un ritorno alla vita normale più facile, veloce e migliore. Questo fatto è stato riscontrato da altri professionisti [11], il che suggerisce che informazione ed educazione fornita dagli exit counselors può essere estremamente utile nell'aiutare i soggetti a capire la loro situazione e i loro sentimenti, e ad adattarsi alla vita nel mondo normale. Naturalmente non è possibile parlare per le migliaia e migliaia di walkaways, ma da quanto mi hanno raccontato i miei assistiti e i colleghi sembra che chi lascia il gruppo senza aiuto esterno, prima di arrivare a capire completamente l'impatto che l'esperienza settaria ha avuto sulla vita emotiva e quotidiana debba decondizionarsi attraverso la lettura, i contatti con altri ex membri e, in alcuni casi, con l'aiuto di terapia specifica. E anche questo spiega l'utilità dell'exit counseling.

        Parenti e amici che ricorrono a questa risorsa non lo fanno per controllare o ostacolare il membro. Sono semplicemente preoccupati da quanto vanno apprendendo sul gruppo in questione e vogliono dare al loro caro una possibilità. L'exit counseling è volontario, non è un programma che attacca o molesta. Si tratta di un istruttivo scambio di informazioni sulla riforma del pensiero e sul gruppo. L'exit counseling è un momento di riflessione, di scambio di idee. Quando ha successo accende nel seguace il desiderio di valutare la propria dedizione al gruppo, di giudicare gli obiettivi che si è posto e valutare ciò che vuole fare nella vita. Questa valutazione può avvenire solamente quando si è lontani dalla pressione e dalla paura del gruppo.

         

        Continuano a tornarmi alla mente le immagini viste in una casa californiana distante appena poche miglia da casa mia. Sono fotografie di due bellissime ragazze appartenenti alla setta di Koresh, in Texas. La famiglia sperava di riuscire ad organizzare per loro una seduta di exit counseling. Ma Koresh ha sacrificato il suo gruppo prima che ciò potesse avvenire.

         

        Note dell'autrice:

        1. Voglio ringraziare la mia collega, Janja Lalich, per avermi concesso l'uso dei suoi appunti relativi alla conferenza "Why It's Not Easy to Leave Cults", presentata ad un seminario di educazione pubblica sponsorizzato dal capitolo californiano del [vecchio] Cult Awarness Network, San Francisco, 17 novembre 1993.

        2. R. Delgado, "Religious Totalism: Gentle and Ungentle Persuasion Under the Firt Amendment", Southern California Law Review, 1977, 51(1),5.

        3. Delgado, "Religious Totalism: Gentle and Ungentle Persuasion Under the First Amendment", pag. 5

        4. Delgado, "Religious Totalism: Gentle and Ungentle Persuasion Under the First Amendment", pagg. 70-71.

        5. La storia di Patrick proviene da T. Patrick e T. Dulack, Let Our Children Go (New York: Dutton, 1976), pagg. 36-39.

        6. D. Clark, C. Giambalvo, N. Giambalvo, K. Garvey e M.D. Langone, "exit counseling: A Practical Overview", in M.D. Langone (ed.), Recovery from Cults: Help for Victims of Psychological and Spiritual Abuse (New York: W.W. Norton, 1993), pag. 163.

        7. Questa discussione sulla scelta di un exit counselor attinge da M.T. Singer, "Cults and Families", in R.H. Mikesell, D.D. Lusterman e S.H. McDaniel (eds) Family Psychology and Systems Therapy: A Handbook (Wash., D.C.: American Psychological Association Press); Singer, "Consultation with Families of Cultists", pagg. 270-283.

        8. Clark, Giambalvo, Giambalvo, Garvey e Langone, "Exit counseling"; C. Giambalvo, Exit counseling: a Family Intervention (Bonita Spring, Fla.: American Family Foundation, 1992; S. Hassan, Mentalmente Liberi: Come Uscire da una Setta (Roma, Avverbi Editore, 1999).

        9. R.M. Enroth, Churches that Abuse (Grand Rapids, Mich.: Zondervan, 1992); Singer, "Cults and Families".

        10. "Bylaws of the Association of Thought Reform Consultants", adottata il 19 settembre 1993.

        11. S.M. Ash, "Cult-Induced Psychopatology, Part I: Clinical Picture", Cultic Study Journal, 1985, 2, 31-90; L. Goldberg e W. Goldberg, "Psychoterapy with Ex-Cultists", Cultic Study Journal, 1988, 5, 193-210; P. Martin, comunicazione personale, 7 gennaio 1992; M.T. Singer, "Coming Out of the Cults", Psychology Today, gennaio 1979, pagg. 72-82.

         

        Note di Martini:

        [i] Robert Vaughn Young mi ha raccontato: «sono scappato di notte lungo il letto del fiume. L'avevo progettato da molto tempo. Arrivai a Hemet, dove loro [i membri della squadra Scientology di recupero] mi scovarono in un motel. Ed è in quel momento che sei in pieno potere dell'organizzazione - e senza nessuno che mi tendesse la mano mi lasciai convincere a tornare all'RPF» (Intervista di Kent a Young, 1994: 22). Al secondo tentativo di fuga non fu così fortunato e venne preso (Intervista di Kent a Young, 1994: 22). Anche Hana Whitfield scappò dall'RPF (a Clearwater), ma anche lei tornò sul programma cedendo alle pressioni degli scientologisti che l'avevano ritrovata (Whitfield, 1989: 7).

        Anche l'attuale oppositore di Scientology Lawrence (Larry) Wollersheim fu catturato mentre cercava di scappare dall'RPF in funzione su una nave (presumibilmente nella zona di Los Angeles) nel 1974. Come un tribunale sentenziò a suo favore, «infine, Wollersheim capì di non poter più sopportare [l'RPF]. Cercò di scappare dalla nave perché, come testimoniò successivamente, "stavo morendo e impazzendo". Ma il suo tentativo di fuga venne scoperto. Diversi membri di Scientology lo catturarono e lo tennero prigioniero. Lo rilasciarono soltanto quando accettò di restare e continuare l'auditing e le altre "pratiche religiose" che si tenevano sulla nave» (Corte d'Appello della California, 1989: 9274).

        Citato da: Il sistema interno di "rieducazione" di Scientology, Dott. Stephen A. Kent, Università di Alberta, Canada.

        ii. A questo proposito si veda ad esempio: Mentalmente liberi, come uscire da una setta, di Steven Hassan e Scientology, "deprogrammazione" e "propaganda nera" di Stacy Brooks.

        [iii] Il Wellspring Retreat and Resource Center si occupa di recupero post-cultistico e da traumi psicologici, violenza domestica e abusi sessuali. Un'interessante lettura è Scienza, Illusione e Libertà di L. Kramer.

         
         
         
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